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Il rugby non è uno sport - è un punto di arrivo. O anche un modo di vivere la vita, accettandola per quella che è, e che ti regala qualcosa di molto prezioso, qualcosa che dai tempi di Adamo ed Eva non si era visto.

Ti regala, in tempi di pace, la fotografia della tua anima.

E il coraggio che ci vuole per giocare a rugby è tutto lì: sei disposto a guardarti in faccia? Sei disposto a vedere chi sei realmente? Il rugby parte a un punto fisso, inamovibile: la squadra.

Tu ne sei parte, ne sei dentro, ne sei disciolto - e una volta dentro voli e ti schianti con essa e per essa. Se ti senti monade, lascia perdere.

Se ti commuovi perchè ti senti rimproverare da un compagno più esperto, perchè non tenendo una certa posizione, poi la tua squadra non riuscirà a darti il sostegno, allora puoi avere grande soddisfazione.

Chiave dell'approccio, e punto di partenza è l'umiltà. Il rugby è gioco umile, fatto di fango e sul fango, dove le trincee mobili vengono costruite e disfatte con grande sacrificio degli uomini di mischia (le ruck e le maul), dove la palla è vissuta come "opportunità" da finalizzare (portandola in meta). La palla: ne fai qualcosa di buono solo e soltanto se il compagno a cui l'hai passata ne trae vantaggio. La responsabilità è tua - e se la palla la perdi, tutta la squadra ne soffre (riposizionamento, perdita di metri, fatica, colpi presi e dati per niente...).

La palla è ovale. E' la metafora della Fortuna: arriva, va, sembra che ti segua e poi scarta via, non rimbalza mai dove vuoi tu, ma sopratutto va colta al volo, quando la vedi arrivare - senza esitazione. E non è facile. Soprattutto all'inizio la paura per la tua incolumità, la paura per il contatto fisico, la paura di farti male - insomma la paura ti fa sbagliare, ti fa essere titubante, ti iperprotegge. Poi, dopo un po', ti rendi conto che il tuo atteggiamento fa del male alla tua squadra. E qui hai due opzioni: o te ne vai, o diventi solubile, e ti disciogli nel gruppo - e la palla cerchi di prenderla al volo, ti butti, ti fai male (a volte), ti senti parte di un organismo superiore.

Dare e ricevere dolore non è per tutti. Ma tutti quelli che lo danno e lo ricevono portano rispetto per gli avversari. Così vale per tutti i cosiddetti sport di contatto - anche se il rugby, lo ripeto, non è uno sport. Vale per il pugilato, le varie forme di lotta, le arti marziali. Dare e ricevere dolore è formativo, è educativo, ti permette di conoscere i tuoi limiti, di spingerli in là, di avere meno paura, di controllarla meglio, di controllare la tua aggressività, di accettare la tua timidezza, di aumentare il rispetto per gli altri, siano essi tuoi compagni o avversari. Di rispettare le regole.

Le regole: ci sono, sono ben codificate, hanno un margine discrezionale non scritto ma che è proprio dell'arbitro. Le regole si rispettano. Punto. Chi trasgredisce alle regole (e in campo chi le detta è l'arbitro - e fine stop) è punito. Se le trasgredisce costantemente subisce quello che non esiste altrove - l'onta di essere allontanato dal campo per ANTIGIOCO - per non aver consentito al gioco di fluire, di scorrere, per non aver consentito alle due squadre di divertirsi, in primis, e di sfruttare le loro opportunità.

Le opportunità possono essere molteplici, compresa quella della sconfitta onorevole - altra codifica stravagante del rugby. La palla viene passata al compagno soltanto all'indietro, e saranno solo le gambe e la caparbietà e l'intelligenza tattica della squadra che potranno portarla oltre la linea di meta. Non vi sono altre possibilità. C'è chi scrisse che il rugby sta al calcio come la I Guerra Mondiale sta alla Seconda: prima non v'era forza aerea, il territorio veniva conquistato con i fanti e la cavalleria.

La cavalleria: sia essa intesa come onore per l'avversario, che come gruppo dei cosiddetti tre quarti è parte del rugby. Si gioca una partita CON l'avversario, non CONTRO l'avversario: il piacere di giocare è reciproco. Alla fine della partita è rituale l'incontro in Club House a bersi una birra e a mangiare un boccone assieme all'altra squadra. Si chiama Terzo Tempo, dopo i primi due in campo, ce n'è un terzo, dove tutto quello che in campo si è fatto e si è detto, là resta.

E là resta, sul campo, tutto quello che là deve restare. Qualche pugno, qualche rissetta, qualche chiarimento d'idee. C'è l'arbitro, ci pensa lui a sistemare le cose, e se deve parlare con le squadre lo fa, comunica, spiega, chiarisce le idee, e lo fa attraverso i capitani, che sono gli unici che possono parlare con lui.

I capitani, in un gioco come il rugby, sono di grandissima importanza. In campo parlano loro, danno loro l'esempio. Basta lo sguardo torvo di un capitano per farti cambiare registro in campo. Gli allenatori stanno in tribuna, e guardano la loro squadra. Chi è in campo sa cosa deve fare. E se non lo sa, alla fine della partita è probabile che avrà le idee schiarite.

Il rugby non è uno sport - l'attività fisica che in campo si fa è solo preparazione. Il rugby è uno stato mentale. E' propedeutico alla vita. Non per nulla i maggiori college inglesi, e le università, contemplano fra i loro insegnamenti il rugby - in alcune è obbligatoria la frequenza. In altre vi sono esami universitari incentrati sul rugby, che sono parte del piano di studio (Trinity College di Dublino, ad esempio, o le più famose Oxford e Cambridge). Ti insegna ad essere responsabile, a conoscere i tuoi limiti, a controllare la tua naturale paura, a vivere assieme agli altri, a rispettare le regole, a rispettare l'autorità, a rispettare l'avversario, a evitare la furbata come struttura di vita, perchè miope e a corta gittata, a programmare, a studiare.

Giocate, iscrivetevi, non abbiate paura - io peso 20 kg in meno del più piccolo nella mia squadra. Cercate un club, portate i vostri bimbi. Scoprite un modo nuovo e diverso di stare assieme - e perchè no, di vivere.

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